Azz...!! ma la felicità? non penso sia tanto una meta quanto un viaggio....,
 E’ una parola molto generica e vaga, che si presta a tante, tantissime definizioni..... :shock:

Mi sono fatta un piccolo viaggio nel passato pensando a quante volte ho pensato alla parola felicità !, la mia riflessione è questa :   Ci sono sempre un "ma e un se" davanti alla nostra felicità. (penso sia uguale per molti)

Convinta che la vita sarà migliore quando finiremo gli studi e troveremo un lavoro. Invece i problemi cominciano proprio in quel momento !

Convinta che la  vita sarà migliore quando saremo sposati, quando avremo dei figli. Poi ci si sente frustrati perchè i figli piccoli creano problemi e pensiamo che le cose andranno meglio quando saranno cresciuti. In seguito siamo esasperati per il loro comportamento da adolescenti, e pensiamo che andrà meglio quando saranno più grandi......

Convinta che ricercare la felicità, e trovarla, avverrà quando cambiavo l’auto o la moto,prendermi un agriturismo con tanti animali, cavalli ecc
oppure fare delle vacanze da sogno, quando non sarei più stata costretta a lavorare.E cosi via.........!

Ma se non si conduce  una vita piena e felice ora, in questo momento, siamo sicuri di farlo in futuro? Quando...? Ecco.....!
 Ci sono mille difficoltà da affrontare nella vita, e mi ripeto spesso " tanto vale accettare la realtà e saper cogliere i momenti di felicità oggi. Esiste solo il presente. "life is now......!  “Carpe diem, " "

Più che alla felicità,  penso sia meglio pensare alla serenità, questo sì.. !, e avere la possibilità di goderne....Domanda.........!  Come fare?
Credo che si possa ottenere facendo delle scelte: tra il bene e il male, tra il necessario ed il superfluo, tra l’altruismo e l’egoismo. Ecco perchè penso che la felicità e le gioie della vita non sono delle mete, ma un viaggio. 8)
 
Condivido...la felicità e' una tensione continua...a volte un miraggio che mentre affaticato cammini ti pare di scorgere e non vedi l'ora di arrivarci...altre volte sono invece piccolo momenti di pace strappati a un caos e inquietudine. Per me la felicità in assoluto non sta nell'essere umano poterla vivere...credo più nei piccoli momenti che ci regalano benessere e appartenenza in cui abbiamo totale consonanza con noi stessi
Proprio così Paola, gustiamoci  ogni istante della nostra vita, dividiamo i momenti felici con le persone a noi care, con gli amici, perchè il tempo non aspetta nessuno ed  ho capito il valore di 5 secondi quando ho evitato di essere travolta in un incidente.
Oggi dò valore ad ogni momento che vivo
Io penso che la felicità possa far parte di noi, del nostro stato, solo il alcuni momenti della nostra vita. Non può essere durevole,essendo legata a momenti, a stati d'animo, a situazioni esse stesse mutevoli, incerte nel loro verificarsi, molto spesso difficili da realizzare, casuali o comunque rare. Questa  sua caratteristica la rende preziosa, in quanto è uno stato, del proprio essere,  difficile da verificarsi o da raggiungere. Difficile nella sua definizione, nella sua descrizione, essendo assolutamente soggettiva e non classificabile, nè oggettivabile. E qui possono aprirsi infinite discussioni.... tralasciando quelle riguardanti la sua stessa identità si può discutere, ad esempio, se la felicità può venire da sé o si deve raggiungere e quindi, necessita di porre in essere un'attività volta a... Valgono entrambe le possibilità....a volte viene da sola,,,, è casuale, inaspettata, più spesso si tende a fare qualcosa che si pensa possa condurci alla felicità...in questo senso c'è chi pensa ad un viaggio verso la felicità....questo viaggio ha tappe intermedie....come  raggiungere uno stato di benessere psico-fisico.....fino alla serenità che è lo stadio immediatamente inferiore alla felicità ma che di per sé è  già un  bel traguardo! e che soprattutto è  o può essere più durevole della felicità, sebbene inferiore. Io mi "accontenterei" di essere sereno... la felicità  arriverà.....forse........
Oggi mi “gioco la faccia” e mi espongo  a delle critiche, (me lo sento...) :shock:

Come raggiungere la felicità...?  Ecco.............! Servono 7 anni in Tibet !!!  :lol:  A parte battuta, la meditazione tibetana è nata in Tibet e ci sarà ben un motivo!!  Con la meditazione possiamo veramente raggiungere delle importanti “illuminazioni”, intese come idee buone e utili per noi ed  i nostri obiettivi.
Ahimè, nella nostra cara Italia (almeno i più giovani) per cercare stati di entusiasmo , felicità, o anche di  rilassamento, sicurezza preferiscono lo “sballo” del sabato sera…e qui potremmo perderci in discorsi e discorsi......!
A farla breve, per meditazione intendo la pratica in cui: ci sediamo da qualche parte in casa e si prova a rilassarsi totalmente !, ma  spesso viene vista come “na roba strana...“ !. mah, punti di vista, provare per credere......    :lol:

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Una cosa è certa e lo vedo da me,(esperienza personale) serve  "il tempo" per essere felice ,avere una buona  gestione del tempo, una vita in cui troviamo il tempo per fare le cose che ci rendono felice è importante ! E poi per come gestiamo il nostro tempo, perchè se sappiamo cosa ci rende felici ma poi non abbiamo tempo per farlo… non è un grande affare!
Per una mia personale esperienza ho imparato comunque che serve una piccola ricetta di        4 ingredienti ,  una buona dose di tempo, un pizzico di come,cosa e perchè...., fatto questo è possibile con le nostre azioni far felici noi stessi e anche gli altri , riuscire a farlo già mi rende immensamente più felice.
Quando avete  avuto la sensazione di rendere felice voi  stessi (anche se piccola) ed altri?

Ossignuuur !, certo....., cercando un pò di felicità, prima o poi mi sono  trovata  inevitabilmente intrecciata con  il tema del denaro e quindi a dover scegliere e decidere  ,ho cercato ovviamente di organizzarmi con una  prospettiva temporale più ampia, cioè non nella singola occasione di un pomeriggio, ma piuttosto nell’arco di un anno o addirittura di una decade!!  Tipo  quella di  posticipare una gratificazione immediata per una soddisfazione maggiore ma distanziata nel tempo, un banale che mi è capitato di recente
 - preferito rinunciare a comprare un computer scadente oggi per acquistarne uno migliore dopo qualche mese di risparmio. e l ho fatto...!

Oppure   un “prezzo emotivo”  
- preferito rinunciare ad  una relazione sentimentale problematica e stare da sola per anni  ma cercare con  "calma" 8)  la persona adatta a me ed essere più felice. Direi che sono sulla strada giusta ! vedremo....!

 E voi? qualche rinuncia per concedervi  qualcosa di Prima Classe?  

Ammetto che preferisco comunque vivere la giornata con momenti di felicità regalandomi belle sensazioni ed emozioni  tipo un sorriso di chi non conosco quando porto fuori il cane,
 un premio meritato, mi ero iscritta ad una gara di carrozzine (olimpiadi di Bienno),  per diversamente abili  ,e siiiiiiii, l'ho vinta......! arrivata prima  e con un bel  premio, la coppa  in  più vi lascio immaginare la felicità........, che ero anche con la mia cabrio in competizione,(pensando alle gare d'equitazione che facevo da ragazza)   avevo superato me stessa e tutti i concorrenti maschietti. ....! :lol: che goduria...!
 oppure nelle piccole cose giornaliere, con mio figlio a casa in ferie  in questi giorni,
- un bacio, una carezza, 4 risate , lunghe chiaccherate, guardare un film insieme,  una passeggiatina in zona, ecco, 

WOOOW  basta poco  per avere tutto questo, SI, basta poco per essere felici un bel viaggio

Sono serena......
 
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La felicità, condivido con voi tanti aspetti, e pure che una bella serenità è il massimo per essere felici. Oppure ci rendiamo conto che quella cosa ci rendeva felici quando la perdiamo,quando non l 'abbiamo più. Anni fa non ero felice perchè una persona era di disturbo in casa mia, casa mia in senso di madre padre sorella, questo malessere ha durato mesi, quando questa persona ha cessato di frequentare casa nostra di colpo sono stata immensamente felice e per un anno ho vissuto la ritrovata libertà. Non vado nei particolari perchè è difficile spiegare. Mi sento felice anche quando faccio un viaggio di 2 giorni, quando torno a casa mi sento per un po di giorni ricaricata. Mi sento felice quando un uomo che mi piace mi ricambia. Quando vinco alla lotteria (sto ancora aspettando), quando faccio quattro chiacchiere allegre in chat, Quando leggo un libro appassionante. Mi ricarica ascoltare una bella canzone. Sono momenti anche se brevi in cui sono felice.
Poi non so se i momenti felici sono più di quelli infelici. Vorrei accettare anche la noia, come parte della vita, la tristezza, la malinconia. Ci sono ed esistono sulla nostra pelle. Se accettiamo anche questi siamo sereni, che pure è uno stato importante.
la felicità é... non sono interessato a dare una risposta e personalmente non ne ho da dare.. E’ più facile chiedermi quando mi sento felice. Certamente é una cosa soggettiva, ma non voglio confondere il senso di benessere, di equilibrio, di assenza di conflitti, di mancanza di ferite, con quell’emozione che deriva dal constatare una situazione nella quale mi sento piacevolmente artefice. Sono felice quando faccio qualcosa di utile per i miei figli, quando la persona che amo apprezza o scopre quello che ho fatto per lei, quando i miei sforzi o il mio impegno viene riconosciuto, quando constato di non essere inutile, ecc.

Sono tutte situazioni che hanno un minimo comun denominatore; fare qualcosa per gli altri, che siano figli, marito, moglie, amante, amici, colleghi, o estranei. Quando faccio qualcosa per passione, dimenticando quasi me stesso e i miei bisogni per dedicarmi ai bisogni degli altri, ... ecco, allora mi senti felice. Non sono io a darmi la felicità, sono gli altri a procurarmela, e sempre e solo a fronte di un mio comportamento disinteressato. La concentrazione sulla mia persona, l’egoisno, l’interesse, non mi danno felicità.

E una relazione quando mi genera felicità? anche qui: quando non penso penso solo a me stesso ma cerco soprattutto la felicità dell’altro. Forse la felicità é il premio per essermi messo da parte.

 ..... questo per me Blau, (e qui rispondo alla tua lamentela espressa su "L'ultimo fidanzato") senza la pretesa di darti consigli, fissare delle norme o stabilire degli standard, roba che é propria dei “dominatori”. Qui dentro c’è un vecchietto - non faccio nomi - che forse ha, anche lui, qualcosa da dire. Togliergli la parola, come tu hai già fatto una volta, é atteggiamento da fascisti (loro facevano così, ma quei tempi dovrebbero essere passati). Comunque te lo ripeto: non voglio cadere nel reato di lesa maestà, ti faccio un inchino, arretro di un passo e mi defilo senza mostrarti la schiena... ma illuditi che sparisca. Non faccio tapezzeria nella sala del trono, preferisco mescolarmi con la gente semplice priva di corone, anche se non é composta da GU. 
Rispondo a chi dice che essere felice significa mettersi a disposizione degli altri. Se qualcuno che conosco ha veramente bisogno di me io sono disponibile, ma non mi sento felice, perchè certi miei atteggiamenti li trovo scontati.
Mi sento felice piuttosto quando viene apprezzato quello che faccio, qualcuno ha il dono di apprezzare quello che di buono e bello hanno gli altri, invece altri si credono superiori e sono bravi solo loro.
Un complimento, se sincero, fa bene allo spirito.
personalmente ritengo che non sia invece scontato mettersi a disposizione e aiutare chi NON si conosce. Perché, come giustamente dici tu Susi, ci viene spontaneo farlo per le persone a noi vicine e affettivamente legate, e perché no, secondo me ci si può comunque sentire felici... ma farlo verso estranei può sicuramente renderci felici e gratificati ancor più
Ciao paola_rm, condividi con me quindi; io in un certo senso rispondevo a Otto che è felice nel mettersi a disposizione dei figli, nipoti, conoscenti. Pure io se i miei parenti hanno bisogno sono a disposizione, e pure per qualche vicino anziano. Questo lo faccio volentieri ma non mi rende felice. Se poi intendi dire aiutare gli altri nei vari centri, io al momento non mi sento pronta, bisogna essere portati, ad esempio un ricovero per anziani mi mette tristezza, è un luogo triste. Ammiro chi fa volontariato e si presta, se questo poi li rende felici meglio ancora.
Perché queste non restino solo  chiacchiere, e perché questa manciata di byte che oggi sparo quà non finisca nel dimenticatoio, proviamo tutti insieme a fare un esperimento.
Non serve un capo che ci guidi o un'azione collettiva e coordinata,  è un gesto individuale e si tenta  per la propria felicità,e quella degli altri, Per una volta, alla prima occasione, offriamoci per qualcuno,  non serve compiere chissà che atto di solidarietà, è sufficiente un piccolo gesto fatto senza aspettarsi nulla in cambio. Ognuno nel proprio piccolo
susi_4ve ha scritto: Ciao paola_rm, condividi con me quindi; io in un certo senso rispondevo a Otto che è felice nel mettersi a disposizione dei figli, nipoti, conoscenti. Pure io se i miei parenti hanno bisogno sono a disposizione, e pure per qualche vicino anziano. Questo lo faccio volentieri ma non mi rende felice. Se poi intendi dire aiutare gli altri nei vari centri, io al momento non mi sento pronta, bisogna essere portati, ad esempio un ricovero per anziani mi mette tristezza, è un luogo triste. Ammiro chi fa volontariato e si presta, se questo poi li rende felici meglio ancora.

Da sempre mi occupo di volontariato, nei centri per le donne e nelle case famiglia coi bambi, e certamente si respira anche tristezza ma il sentirmi utile ha dato senso a molti periodi bui della mia vita personale e ho continuato perché ci credo. Si, mi sento felice direi quando torno a casa anche a sera tardi dopo una giornata di lavoro perché penso che sia più quello che queste persone danno a me che io a loro. Credo nella solidarietà che dà felicita
Nella mia vita sono stata felice molte volte. Davvero felice, intendo. E ovviamente ci sono stati anche giorni molto bui, nei quali ho sentito un'infelicità profonda.
Mi chiedo ora, indotta da questo post, di che cosa si sia trattato e di che cosa si tratti.
Ho provato felicità in momenti molto differenti tra loro e pensando a cose  diverse, come se la mia felicità, in quel particolare momento, dipendesse da qualcosa.
Sono stata immensamente felice il giorno del mio matrimonio con il secondo marito, l'unico che io continuo a chiamare "mio marito" nonostante sia morto più di due anni fa.
Sono stata immensamente felice mentre girovagavo da sola a Salvador di Bahia.
Sono stata immensamente felice - nonostante un briciolo di paura - mentre percorrevo il cunicolo che mi portava al centro di una piramide. M sono stata felice tante altre volte meno "significative": mentre mi sentivo rinascere immergendo la testa in un bel mare, tornando a casa seduta dietro il motorino di mia figlia dopo aver visto  con lei uno spettacolo di Julio Bocca, cantando a squarciagola (io, stonata) al concerto di Paul McCartney e in tanti altri momenti.
Allora che cosa è per me la felicità?
Credo che sia stata e sia ancora il riuscire ad approfittare delle belle esperienze, grandi e piccole, che la vita offre a tutti.
Vedete? Conosco persone che non si sono mai sentite felici e non perché soffrano di depressione. Semplicemente perché, secondo me, non sono riuscite a cogliere le occasioni che la vita ha offerto anche a loro. Spesso non le hanno viste neppure. Ma altrettanto spesso, pur vedendole, hanno avuto paura: paura di quello che poteva accadere, paura di mettersi in gioco, paura di essere ferite, paura di soffrire.
Se è così, la felicità dipende allora dalla voglia di "mordere la vita", per usare l'espressione di un mio amico, e di essere pronte e pronti a gustarne dolcezza e amarezza?
Articolo di oggi su "La Repubblica"

Ho compiuto cinquantadue anni da poche settimane, ed è con una certa naturale inquietudine che ho appreso da una ricerca dell’Istat britannica (Office for National Statistics) di stare attraversando il periodo più infelice della mia vita. Almeno dal punto di vista statistico.
I risultati di una accurata ricerca sulla felicità riguardano 300 mila adulti, interrogati al riguardo fra il 2012 e il 2015. L’Inghilterra è l’Inghilterra, ma è altrettanto vero che il mondo è paese, quindi converrà anche a noi italiani di mezza età meditare seriamente sulle minacciose tabelle pubblicate sul sito del Daily Mail.
La condizione migliore dopo i novanta
La grafica può essere più crudele di ogni parola. La prima tabella è dedicata proprio a lei, alla felicità, quell’impalpabile essenza che i filosofi e i poeti di ogni tempo hanno tentato invano di definire. Non la si può definire, ma a quanto pare la si può misurare, per fascia d’età. Ebbene, in corrispondenza del settore 50-54 anni la colonnina del grafico registra il minimo. Tanto per fare un esempio, la felicità fra i 70 e i 74 anni è addirittura quadrupla: davvero vale la pena smettere di fumare. Ma tutti ci battono, i trentenni come gli ultranovantenni.
La rivincita ce la pigliamo nella tabella dedicata all’ansia. L’età dell’ansia è il titolo di un grande poema moderno, uno dei capolavori di Wystan Hugh Auden, il maggior poeta inglese del Novecento. Ora possiamo circoscrivere bene questo concetto: ed eccoli lì in vetta, i cinquanta-cinquantaquattrenni, questi nuovi eroi contemporanei, i campioni dell’ansia. Ancora una volta, per registrare una significativa riduzione del problema, bisogna puntare verso i settanta. La condizione migliore si realizza oltre i novanta.
Le responsabilità verso genitori e figli
Molto inadeguata mi sembra l’interpretazione di questi dati così interessanti. Alla mia età, suggeriscono gli statistici britannici, si fa più pesante il «burden», il fardello della vita. Bisogna prendersi cura dei figli e dei genitori nello stesso tempo. Perché i figli si fanno sempre più tardi, e i genitori diventano sempre più vecchi. Eppure siamo ultimi anche nel sentimento di fare qualcosa di utile nella vita, il che è un po’ strano. Così come è strano che il prendersi cura di figli e genitori sia un «fardello» più capace di abbattere l’umore e suscitare l’ansia di tanti altri «fardelli» della vita. Perlomeno questo corrisponde a dei sentimenti del tutto naturali, e universali.
Forse per capire il senso di questi dati bisognerà impiegare ulteriori sfumature. Una cosa mi sembra verosimile, perché la sperimento in prima persona: l’ansia in effetti cresce. E come potrebbe essere diversamente?
La lezione dei «cinquanta»
Quando eri giovane, pensavi ai cinquant’anni come a un’età biblica, in cui tutto ciò che è possibile imparare dalla vita è stato imparato, nel bene e nel male. E invece, eccoti qui, che della vita non hai capito nulla, e hai il sospetto che ormai andrà avanti così, dovessi pure arrivare al beato traguardo dei novanta, dove molto probabilmente l’ansia si riduce non perché si capisce qualcosa, ma perché ci si rassegna. E poi, nessuno ci impedisce di riconoscere all’ansia e alla malinconia almeno un valore positivo incontestabile.
A loro modo, sono entrambi indici del nostro attaccamento alla vita, della nostra capacità di attribuire senso e valore a ciò che amiamo. E visto che amiamo, è naturale che soffriamo, perché iniziamo a renderci conto di come non c’è nulla che ci appartenga veramente, tutta la nostra vita potendo definirsi un prestito. E perché non lo avevate capito prima? Qualcuno potrebbe chiederci, perché proprio adesso? La risposta mi sembra semplice: solo quando hai imparato ad amarla abbastanza, capisci che una cosa la puoi perdere da un momento all’altro.
3 febbraio 2016