I.

Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco,
sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata;
mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto, sentii un colpo leggero,
come di qualcuno che leggermente picchiasse - pichiasse alla porta della mia camera.
-- « È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera » --
Questo soltanto, e nulla più.

II.

Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre,
e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre
dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora,
e che nessuno chiamerà in terra - mai più.

III.

E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea,
facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima,
sicchè, in quell'istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo:
« È qualche visitatore, che chiede supplicando d'entrare, alla porta della mia stanza.
« Qualche tardivo visitatore, che supplica d'entrare alla porta della mia stanza;
è questo soltanto, e nulla più ».

IV.

Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
« Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono;
« ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente,
« e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera,
« che io ero poco sicuro d'avervi udito ». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.

V.

Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito
sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare;
ma il silenzio rimase intatto, e l'oscurità non diede nessun segno di vita;
e l'unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.

VI.

Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme;
ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
« Certamente - dissi - certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra ».
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.

VII.

Quindi io spalancai l'imposta; e con molta civetteria, agitando le ali,
si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d'altri tempi;
egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante
ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera,
s'appollaiò, e s'installò - e nulla più.

VIII.

Allora, quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere,
con la grave e severa dignità del suo aspetto:
« Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso - io dissi - tu non sei certo un vile,
« orrido, torvo e antico corvo errante lontanto dalle spiagge della Notte
« dimmi qual è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte! »
Disse il corvo: « Mai più ».

IX.

Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello,
sebbene la sua risposta fosse poco sensata - fosse poco a proposito;
poichè non possiamo fare a meno d'ammettere, che nessuna vivente creatura umana,
mai, finora, fu beata dalla visione d'un uccello sulla porta della sua camera,
con un nome siffatto: « Mai più ».

X.

Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente
quest'unica parola, come se la sua anima in quest'unica parola avesse effusa.
Niente di nuovo egli pronunziò - nessuna penna egli agitò -
finchè in tono appena più forte di un murmure, io dissi: « Altri amici mi hanno già abbandonato,
domani anch'esso mi lascerà, come le mie speranze, che mi hanno già abbandonato ».
Allora, l'uccello disse: « Mai più ».

XI.

Trasalendo, perchè il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta:
« Senza dubbio - io dissi - ciò ch'egli pronunzia è tutto il suo sapere e la sua ricchezza,
« presi da qualche infelice padrone, che la spietata sciagura
« perseguì sempre più rapida, finchè le sue canzoni ebbero un solo ritornello,
« finchè i canti funebri della sua Speranza ebbero il malinconico ritornello:
« Mai, - mai più ».

XII.

Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso,
subito volsi una sedia con ricchi cuscini di fronte all'uccello, al busto e alla porta;
quindi, affondandomi nel velluto, mi misi a concatenare
fantasia a fantasia, pensando che cosa questo sinistro uccello d'altri tempi,
che cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d'altri tempi
intendea significare gracchiando: « Mai più ».

XIII.

Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba
all'uccello, i cui occhi infuocati ardevano ora nell'intimo del mio petto;
io sedeva pronosticando su ciò e su altro ancora, con la testa reclinata adagio
sulla fodera di velluto del cuscino su cui la lampada guardava fissamente;
ma la cui fodera di velluto viola, che la lampada guarda fissamente
Ella non premerà, ah! - mai più!

XIV.

Allora mi parve che l'aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile,
agiato da Serafini, i cui morbidi passi tintinnavano sul soffice pavimento,
- « Disgraziato! - esclamai - il tuo Dio per mezzo di questi angeli ti à inviato
« il sollievo - il sollievo e il nepente per le tue memorie di Eleonora!
« Tracanna, oh! tracanna questo dolce nepente, e dimentica la perduta Eleonora!
Disse il corvo: « Mai più ».

XV.

- « Profeta - io dissi - creatura del male! - certamente profeta, sii tu uccello o demonio! -
- « Sia che il tentatore l'abbia mandato, sia che la tempesta t'abbia gettato qui a riva,
« desolato, ma ancora indomito, su questa deserta terra incantata
« in questa visitata dall'orrore - dimmi, in verità, ti scongiuro -
« Vi è - vi è un balsamo in Galaad? dimmi, dimmi - ti scongiuro. -
Disse il corvo: « Mai più ».

XVI.

- « Profeta! - io dissi - creatura del male! - Certamente profeta, sii tu uccello o demonio!
« Per questo Cielo che s'incurva su di noi - per questo Dio che tutti e due adoriamo -
« dì a quest'anima oppressa dal dolore, se, nel lontano Eden,
« essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Eleonora,
« abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Eleonora ».
Disse il corvo: « Mai più ».

XVII.

- « Sia questa parola il nostro segno d'addio, uccello o demonio! » - io urlai, balzando in piedi.
« Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte!
« Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita!
« Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: « Mai più ».

XVIII.

E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato
sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza,
e i suoi occhi sembrano quelli d'un demonio che sogna;
e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento,
e la mia, fuori di quest'ombra, che giace ondeggiando sul pavimento
non si solleverà mai più!

THE RAVEN (Il Corvo) - Edgar Allan Poe, 1845
Accipicchia ! che ventata poetica !

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Che angoscia questo "mai più"....
Bella, bellissima questa poesia di E.A.Poe :D
Qualche giorno fa ho visto il film "The Raven" il cui titolo si riferisce alla poesia.
Tra il film di qualche giorno fa e la poesia di oggi, mi è venuta voglia di riprendere in mano tutti i racconti di questo fantastico autore, letti ormai molti anni fa.
grazie!
nina57 ha scritto: Che angoscia questo "mai più"....
Bella, bellissima questa poesia di E.A.Poe :D
Qualche giorno fa ho visto il film "The Raven" il cui titolo si riferisce alla poesia.
Tra il film di qualche giorno fa e la poesia di oggi, mi è venuta voglia di riprendere in mano tutti i racconti di questo fantastico autore, letti ormai molti anni fa.
grazie!

E dire che a 15 anni mi ero già spazzolato tutte le opere di Poe...
(Ho ancora il libro con tutti gli scritti, compreso Gordon Pim)
Ricordo che da giovane quando provavo a farne cenno alle pischelle queste mi prendevano puntualmente per cretino.
E certo...quelle pensavano solo a "pucciare il biscotto" e qualcosa di più complicato di "dove andare a farlo" gli veniva difficile da gestire.
Quando ad una gli diedi, romanticamente, una lettera con "Dream within a dream" andò in giro commentando "chissà cosa si è fumato questo!!!".
(E poi si chiedono perchè uno con le donne si comporta in certe maniere)

Poe è qualcosa di definitivo...o ti prende completamente o appena inizi a leggerlo scappi a gambe levate.
In fondo anche io sono come Poe.... sento lo stesso peso della vita, ne vedo tutti i lati, specie quelli oscuri, so come andrà a finire, ma non riesco mai a cambiare la sorte del fato.
E ogni volta, ogni maledetta volta, finisco anche io, come il corvaccio nero, a ripetere il mio "Nevermore"...

A tal proposito qualche sera fa mi è capitata una cosa magica, degna di finire in qualche testo "alla Poe".
Stavo andando da una persona in difficoltà per aiutarla, erano circa le 22,30.
Si, lo so, sarei dovuto andare a letto a dormire, ma non riesco a non rendermi utile quando posso, specie se poi posso anche guadagnarci qualcosa sia professionalmente sia monetariamente.
Svogliatamente guido sotto un bel cielo stellato. La strada, brutta di per se, è tutta curve: a parte me non molte altre auto la stan trafficando stanotte.
All' improvviso, mentre qualcuno guida al posto mio (io sono assente di me come capita spesso quando faccio certe strade, specie se il tragitto è lungo) proprio dopo una di queste curve vedo un qualcosa in mezzo alla strada.
La mia auto non va molto forte (Lei sa proteggermi quando vuole, proprio come han fatto anche le precedenti sorelle, come alcune che addirittura si son sacrificate per me...) e io son riuscito a rallentare senza problemi.
"Cosa sarà mai" mi chiedo...Un cane? Un gatto? Una pecora? Un mucca no...troppo piccola questa creatura per essere un bovino. E troppo "corta" per essere cane o gatto.
Poi realizzo quando ci sono quasi sopra: è un gufo. Enorme. Con due occhi come due fanali.
Si guarda intorno curioso: la mia macchina è come se non ci fosse. Non gli da preoccupazione.
I miei abbaglianti non lo infastidiscono. Il rumore del motore non lo inquieta.
Io sto fermo...aspetto che si sposti: niente da fare.
Scendo a questo punto dall'auto (quasi uno stupido desiderio di far salire quella bestia in auto e portarla con me mi assale) mi avvicino, ma di pochissimo e con cautela.
Il gufo è impassibile. Come in certi film vedo che la testa gira ora a destra, ora a sinistra e via a destra di nuovo. Sempre con gli occhi spalancati che si illuminano di una luce strana ad ogni movimento.
Cosa cercherà? Un succulento topo? Un suo simile? Un posto dove ripararsi?
Non lo so.
Ma ad un certo punto egli si accorge di me.
Mi guarda...mi guarda a lungo.
Poi decide che il tempo da dedicarmi è finito.
Allora alza la testa, apre completamente le ali e spicca il volo, sparendo fra le fronde del boschetto vicino.
Io resto li a fissare quel maestoso essere allontanarsi.
E mi rendo conto di aver assistito ad un miracolo, sono conscio di aver partecipato a qualcosa di grande come solo la natura può inventare.
La superba fierezza di quell'essere, il suo padroneggiare gli eventi, il suo dimostrarsi sicuro e senza problemi mi hanno riempito i pensieri.
Quindi risalgo in macchina, guardo nello specchietto e capisco che adesso ci sono io al volante.
Ero nervoso e sovrappensiero prima dell' incontro, ora sono sereno e calmo.
Ancora una volta la natura mi ha mostrato la strada da seguire. E magari mi ha anche evitato qualcosa di antipatico...
Arriverò dalla cliente con qualche minuto di ritardo, ma non ha importanza.
Farò il mio lavoro fino all'alba e risolverò il problema: lo spirito di quel gufo mi farà compagnia fino a traghettarmi nel mondo dei sogni quando è già giorno fuori.

Ecco tutto: storie di ordinaria meraviglia.
Una delle tante che mi porta sempre a pensare a come va a catafascio il mondo e a chiedermi perchè la gente invece di rompere le scatole con odio e interessi vari non viva più naturalmente possibile in sintonia con la natura e con gli altri propri simili.
Altro che Yoga, altro che religioni, altro che club per scompagnati.
E mi verrebbe da riprendere duramente queste persone dicendo, proprio....
Nevermore!
questo è un Colombo che mi piace….. 
da ottomilano » 25.04.2017, 14:12
questo è un Colombo che mi piace….. 

Otto, anche me piace....e quasi non credo che sia lo stesso che ho letto in precedenza.

E come sono giuste quelle parole:

Ecco tutto: storie di ordinaria meraviglia.
Una delle tante che mi porta sempre a pensare a come va a catafascio il mondo e a chiedermi perchè la gente invece di rompere le scatole con odio e interessi vari non viva più naturalmente possibile in sintonia con la natura e con gli altri propri simili.
Altro che Yoga, altro che religioni, altro che club per scompagnati.

Quella medesima sensazione data nella notte dal gufo io la provo quando sul mio prato vedo le upupe, o quando trovo un riccio in giardino, o quando intravedo la coda di una sfuggente volpe....(non succede spessissimo, purtroppo). Quando vedo queste creature, spesso le paragono al genere umano e penso agli affanni, alle lotte, agli scontri che entrambi fanno con i propri simili ( per ragioni di vita i primi, per ragioni di potere e supremazia i secondi).
Che dire poi di certi sconfinati tramonti che se fossero rappresentati in un dipinto diremmo che il pittore ha usato colori irreali.....
Giusto quindi il richiamo a vivere.....in sintonia con la natura e con gli altri propri simili
“Dormi, oh dormi per un poco ancora!
Perché cessare un così placido sonno?
Per ridestarti al sole e al piovasco,
al sorriso e al pianto?
Dormi, dormi, come scolpita immagine,
così colma di beltà, di maestà;
i serafini con l’ali ti fan vento,
fan vento alla tua fronte.
Non vorremmo pensarti creatura terrestre,
perché è angelica, oh angelica la tua forma! –
ma che in cielo, piuttosto, avesti origine,
dove mai tempesta
s’abbatté sul bel fiore perfetto,
ma tutto è incantato e silenzio –
e  sabbie dorate proclamano ore
che mai non recano alcun male.
Dormi, dormi, forse un sogno di fate ora passa
sul tuo sonno e vi s’intreccia ed intesse,
Ma, oh, il tuo chiaro, sereno spirito
pur dovrà svegliarsi al pianto.


TO (A) - Edgar Allan Poe, 1833

Per quanto tempo vegliai, nelle sue ore infantili, la mia bambina.
Ore e ore a guardarla dormire, muoversi nel sonno, agitare le gambe, sbracciarsi verso qualche mondo dorato dove io, in quel momento, forse non potevo esser presente.
Il suo sonno, come il mio d’altronde, è sempre stato sereno. Calmo. L’agitazione è solo un riflesso dei movimenti onirici, non uno specchio delle terrene preoccupazioni.
Ma dopo tanto sonno viene il risveglio e con esso la reminescenza di quel che avrebbe potuto esser (o che è, ma non ne siamo coscienti) pian piano ci lascia una sorta di amaro in bocca.
Il quotidiano poi ci da il colpo di grazia con le sue storie piene di problemi da affrontare, ostacoli da superare, dolori via via sempre più grandi man mano che l’età avanza e la consapevolezza della vita si espande in tutto il nostro essere, quasi fino a far male.
Il passaggio dall’ infanzia all’adolescenza è complicato non tanto per il mutare del corpo (e quello della mia prole muta a velocità spaventosa), ma per la presa di coscienza quasi improvvisa di trovarsi a vivere non più in un mondo di favole, ma in una zona di guerra costante.
Ci si trova a dover fare i conti con una realtà che, anche nelle migliori famiglie, non è quella che si pensava/sperava: povera Figlia, ricordo quando ci passai io, ma per lei, femmina verace, deve essere ancora più complicato.
La cosa però che mi consola è che rivedendola dormire ogni notte non ho fino adesso trovato traccia di preoccupazioni o di tormenti.
Le gambe roteano sempre più, le braccia…abbracciano chi le si trova a lato, sia esso il fratellino, sia la madre, sia il padre. Ma non è un abbraccio di solitudine, è, invece, un abbraccio come di condivisione.
E mi spiace non essere dentro il suo sogno per poterla seguire anche li.
Credo di capire, anche se mai potrò giustificare (e tantomeno sciommiottare) il comportamento di chi vuol chiudere per sempre gli occhi alla adorata prole in modo da non lasciarla in balia delle brutture e delle storture della vita.
In fondo la vita è meravigliosa qualunque cosa accada, ma poter dare un sonno eterno (ma di sogni, non di morte) ai propri figli sarebbe meglio che vederli magari, un giorno, flagellati da pene e dolori.

Così anche io so che un giorno (e spero che non arrivi mai quel giorno) la mia carne dovrà vivere la propria epifania: spero allora di essere stato bravo ad adempiere al mio umile compito ed averle infuso quella forza necessaria per navigare dritta e senza naufragi in quel maelstrom che sarà il suo transito terrestre.
Odi le slitte con le campane –

argentee campane!

Quale mondo d’allegria predice la loro melodia!

Come tintinnio tinnule tinnule

nell’aria ghiaccia della notte!

Mentre in tutti i cieli le stelle

par che irraggino scintille

con cristallino diletto;

e battono il tempo, il tempo, il tempo

in una specie di ritmo runico,

al tintinnio che musicalmente zampilla

dalle campane, campane, campane, campane,

campane, campane, campane –

dal tinnìo e tintinnio delle campane.

II
Odi le tenere campane nuziali! –

auree campane!

quale mondo felice predice la loro armonia!

Per l’odorosa aria della notte

come martellano il loro diletto! –

Dalle note d’oro fuso
e in un accordo che è perfetto,

quale liquido ritornello per l’aria

va fluttuando e fino alla tortora arriva in ascolto

e ha l’occhio fisso alla luna!

Oh, dalle celle risuonanti

qual volume e fiotto d’eufonia!

Si dilata, s’espande!

Come insiste sul futuro! –

Come esprime
l’eccitato incanto che muove

al dondolio e al quieto stormire

delle campane, campane, campane, campane,

campane, campane, campane –

a quel ritmato scampanar delle campane!

III
Odi l’allarme delle campane –

bronzee campane!

Qual racconto di terrore diffonde

il loro tumulto!
All’orecchio sbigottito della Notte

come urlano il loro spavento!

Sconvolte, avvilite,

solo strillano, strillano,

non più in accordo fra loro

e s’appellano clamorose del fuoco alla mercè,

con pazze rimostranze al fuoco strambo e sordo,

che più alto divampa, più in alto,
con brama disperata

fà uno sforzo risoluto

ora – ora più che mai

d’arrivare al fianco della pallida luna.

Oh le campane, campane, campane!

Quale cupo, disperato racconto
ora narrano!

Con che strepito, clangore, fragore!

Quale orrore diffondono intorno,

nel vibrante seno dell’aria!

Ma l’orecchio ben conosce,

dal rimbombo,

dal clangore,

come sale e decresce la minaccia: –

sì, l’orecchio ben discerne

nel discorde stridio,

in quel fitto arruffio

come ora sale ed or s’abbassa la minaccia,

dal crescere e scemar dell’ira stessa alle campane –

alle campane –

alle campane, campane, campane –

nel clamore e nel clangore delle campane.

IV
Odi delle campane i funerei rintocchi –

ferree campane!

Qual mondo solenne impone la loro monodia!

Nel notturno silenzio
quale brivido ci spaura

al triste annunzio di quel battito!

Giacchè ogni suono che s’effonde

da quelle gole rugginose

è ora un gemito.

E quella turba –
quella turba
che s’accalca là in cima al campanile,

tutta sola lassù in alto

e che batte, batte, batte,

con quei toni soffocati,
e si gloria che un gran masso al cuore umano

lancia e rotola di lassù –

no, non son uomini nè donne –

non sono umane forme nè d’animali –

ma son vampiri!

E’ il re stesso che martella –

che rulla, rulla, rulla,

un peana con le campane!

E s’esalta il suo cuore burlone

di quel peana con le campane!

Così danza egli e strepita;

e batte il tempo, il tempo, il tempo,

in una specie di ritmo runico,

a quel peana delle campane –

delle campane; –

e batte il tempo, il tempo, il tempo,

in una specie di ritmo runico,

a quel fitto batter di campane –

delle campane, campane, campane –

a quel singhiozzar delle campane: –

e batte il tempo, il tempo, il tempo,

mentre picchia, picchia, picchia,

in felice rima runica

al rullar delle campane –

delle campane, campane, campane: –

a quel gemere di campane: –

delle campane, campane, campane, campane,
campane, campane, campane –

a quel piangere e gemere delle campane.


“THE BELLS” (Le Campane) - Edgar Allan Poe, 1848

Campane!
Che strano soffermarsi a riflettere su una cosa così familiare tanto da quasi essere da noi ignorata vista la costante presena della nostra vita.
In fondo le campane ci accompagnano dal nostro arrivo su questa linea temporale fino alla nostra partenza…per altri lidi.
Campane….le sentiamo da piccoli quando ne usano di piccole gli adulti per attirare la nostra attenzione.
Piccoli campanellini fatati che ci ipnotizzano a guardarli.
Più tardi altre campane ci richiameranno in classe a scuola e segnaleranno le varie ore, le ricreazioni e le uscite.
Campane…quante campane…
Come quelle che da piccolo sentivo suonare per il richiamo del catechismo. Hey, intendiamoci, io ateo sono sempre stato, ma sono anche un bravo attore: cosa non farebbe un bimbo per un oretta di partite a pallone? Per qualche dondolio azzardato su un altalena sbilenca? Per un biglietto gratuito per il cinemino parrocchiale?
E sulla stessa falsariga le campanelle suonate da chierichetto servendo la messa e per le benedizioni delle case.
Campane, campane e poi ancora campane…
Anche a casa…campanelli suonati dal postino, dai parenti e amici, dai compagnetti, dagli scocciatori…
Quante campane nella mia vita…
Anche nelle mie fughe nelle campagne spesso abbandonate, giocando a fare l’esploratore, quando capitava anche di perdersi tanto ci si addentrava nei luoghi inesplorati.
Ma da lontano le campane del paese davano un segno, un orario, un monito…
“Torna” sembravano dire all’ imbrunire, “Torna a casa, scapestrato!”.
E io obbedivo. Ai genitori mai, alle campane sempre!
E poi le campanelle dei natali passati, quando ancora tutto era leggero, senza intoppi, magari senza soldi, ma con tanta gioia dentro.
Quando si festeggiava con poco, quando un giocattolo non regalato te lo costruivi con qualcosa che trovavi in giro.
Ma anche la campanella in stazione che mi avvisava del treno in arrivo…. la campanella sul treno stesso: quella del venditore di cibarie….quante campane nella vita di ognuno di noi….
Come dice Poe per qualcuno le campane han significato il gioioso momento nuziale, per altri, come i miei genitori ed i loro a loro volta, anche un avviso di pericolo.
Si…campane per tutta la vita, fino a scandirne il suo fine corsa.
Le campane che non vorresti mai aver voluto sentire: quelle di commiato ai tuoi cari. Le più strazianti. Le più definitive.
Le più odiate, credo.

Si, le campane, così presenti, ma spesso così ignorate.
Una sera d’autunno era l’ imbrunire e mi stavo attardando in corso San Gottardo.
Come sempre camminavo sovrappensiero, fra l’immenso popolo degli Happy Hour e fra chi tornava a casa dallo shopping, fra gli innamoratini appassionati ed i semplici passeggiatori cronici…
Il brusio della gente, lo sferragliare del tram, le musiche che fuoriuscivano impunite dai locali, qualche altro rumore.
Io camminavo meccanicamente in mezzo a tutto questo quando, fra il rumore di fondo della vita, eccole….
Le campane della sera.
Non sono proprio vicine, ma si distinguevano, riecheggiavano nell’aria fresca, risaltavano come watusso fra i nani, richiamandomi all’ ordine…
E ancora una volta ritorno me stesso, di nuovo qualcosa mi riporta con i piedi per terra.
Quelle campane, le campane di casa, in mezzo a tutta quella folla hi-tech, tra le vetrine etno-chic e degli odori da gastro-shock hanno riavvolto il nastro della mia esistenza e mi han teletrasportato sul mio pianeta privato.
Tutto ad un tratto i rumori di primo piano son passati in sottofondo ed io sentivo solo le campane.
Era un pezzo che non le sentivo…o che non volevo farci caso forse.
Ma eccomi li a sorridere come un ebete mentre riprendo la mia camminata conscio che non sono solo, che ho qualcosa di importante da fare.
E poi un ultimo campanello.
“Sei tu Papà?” “Si Amore. Apri”.

P.S. Non sono quelle della mia zona, ma la musica, seppur stonata, è quella..... https://www.youtube.com/watch?v=L_4yrhIzVOo
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero?
Paese da nulla; ma però,
c'è sempre di sopra una stella,
una grande magnifica stella,
che a un dipresso
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata! Chi sa
se nemmeno ce l'ha
una grande città.


Aldo Palazzeschi : Rio Bo, 1909

https://www.youtube.com/watch?v=nb89DFXvBvs

Rio Bo: chi se la ricorda?
Forse, di tutte le filastrocche, nenie, canzoncine e poesiole delle elementari è l ‘unica che mi è rimasta veramente impressa.
Un brano tanto contestato (Dissero che il Palazzeschi ne fece un pezzo troppo semplice), ma nello stesso modo tanto diffuso (in quale libro di scuola non si trovava, almeno ai “nostri” tempi?).
Anche io, quando ogni tanto la tiro in ballo, mi guardano male.
Ma come…uno come te, grande e grosso, a cimentarti con questa cavolata.

Eppure Rio Bo cavolata non lo è, anzi.
Al pari, o forse di più, di altre blasonate poesie essa riesce a trasportarci di botto in un immaginario mondo forse visto da un bambino.
Si, perchè solo un bambino potrebbe avere l’ innocenza per descrivere in tal modo quel paesaggio.
Qua è tutto piccolino: casettine, praticello, esiguo ruscello, il nome stesso (Rio Bo): “microscopico paese”, appunto.
Un po’ il paese che piacerebbe a tutti (Infatti è un paese che non esiste, quantomeno non nella realtà, ma sicuramente nella mente di qualche bambino….).
Il riscatto di questo quasi insignificante luogo però viene dalla sua stella…Una stella magica, curiosa…”innamorata” pensa l’osservatore.
Una stella così certo forse non può essere di pertinenza di una metropoli, non può invaghirsi di un borgo gigantesco.
Questa è una stella di merito ed è giusto che vada a Rio Bo.
Il cipresso presente poi, come appunto “vigile che vigila”, non ha nulla di funereo, come di solito nel quotidiano siam abituati a vedere trovandolo a far da compagnia ai defunti dei campisanti, ma casomai si ritrova ad avere una funzione “rassicurante” oltre che “marpiona” (in fondo fa da ruffiano alla “stella” che fa l’occhiolino al paese col movimento della sua punta…).
Il tutto è confezionato come un piccolo presepe: un presepe ateo, ma ancor di più di quello cristiano commovente ed evocativo con quella veduta serale d’ insieme.

No, Rio Bo non ha nulla di didascalico, niente di ridicolo, ma è un vero capolavoro di sintesi che ci vuol ricordare il mondo per come dovrebbe essere: un luogo pulito, dignitoso, umano. Una poesia che ci parla di sani principi, di semplicità, di amore.
Un riassunto di un immagine di intimità e di pace dove niente può venire a turbare l’atmosfera che ivi si respira.

“Papà, ma anche a Rio Bo possiamo trovare i Pokemon???”
Scusate…vado a sculacciare selvaggiamente mio figlio.
Ancora non gli son ben chiare due o tre cosette sulla vita, sull’ universo e….su tutto quanto!

P.S. Immenso Gassman.....
NEL CENTENARIO...........

"M’illumino
d’immenso."


Giuseppe Ungaretti, 1917


"M'immergo
nell' incanto."


Joseph Cooper, 2017


DEDICATO A NINA57
(Vanno bene adesso incipit e lunghezze??? :P )
Perfette Colombo!

Qualcuno potrebbe discutere sul "ma però", ma da Palazzeschi questo e altro.

p.s. lo so, lo scriveva anche Dante....
"Empi il bicchier ch’è vuoto,
vuota il bicchier ch’è pieno,
non lo lasciar mai vuoto,
non lo lasciar mai pieno"


Credo che nessuna verità, fra le tante, sia più ficcante e totale di questa che il nostro anonimo ideatore, forse anche sotto i "benefici" dei fumi dell' alcool, ha profferito verso chissà quale interlocutore in chissà quale momento della sua vita.
Un buon bicchiere, specie se in compagnia, non ha mai fatto male a nessuno, ma se i bicchieri son due...ancora meglio.

In alcuni posti si fa risalire a Edgar Allan Poe la nascita di questa citazione, ma io non credo queste parole vengano da lui, sebbene la cosa sarebbe anche verosimile da un certo punto di vista.
Ma ammettiamo per un momento che il testo succitato sia frutto della mente del Poe.....

Qualcuno obietterà certo che Poe era un drogato ubriacone degenerato, ma questo non è ovviamente del tutto vero: egli cadde nell'abisso dopo la morte di sua moglie e dopo aver passato una vita di stenti e sacrifici acuiti dalla sua personalità profondamente sensibile e "umana".
Che vita ha fatto uno dei "più grandi scrittori della storia" e maestro del gotico, del giallo psicologico e del poliziesco, oltre che dell' horror (sicuramente molte persone come Camilleri e Stephen gli devono moltissimo)? Una vita ben grama, sempre alla deriva, una vita all'accomodo, con nemmeno una famiglia fissa fin da piccolo (padre scappato quando lui aveva un anno, madre deceduta l'anno successivo) e poca fortuna nel suo mestiere...

Certo...conoscere i propri meriti e vedersi respinti e derisi deve essere stato tanto tragico quanto vedere scomparire tutte le persone amate o importanti per lui man mano che la vita andava avanti.

La situazione di Poe mi suggerisce, da sempre, il parallelismo con Baudelarie e la sua vita dissoluta (orfano di padre da giovane anche lui, e con una madre con la quale era in rotta da subito dopo il luttuoso evento, di Charles tutto si può dire, ma non che non fosse tanto genio quanto anima in pena...) e la poesia "L'Albatro" riporta in tutta la sua interezza il peso psicologico di chi conosce le proprie capacità, ma le vede quotidianamente negate fino ad essere perfino sbeffeggiato per qualcosa che, altrimenti, si dovrebbe riconoscere come straordinario.

"Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
che abita la tempesta e ride dell'arciere;
Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare."


Recitano le ultime righe del componimento.
Quanto doveva pesare a Poe questo macigno!

Inutile che io vi propini i fatti per quanto tali e per come si conoscono (basta googlare "Edgar Allan Poe" che troverete un infinità di dettagli alcuni dei quali più o meno reali), ma di una cosa siam certi: egli, come visse come molti Artisti (con la A maiuscola) come lui che restarono tanto quasi del tutto ignorati e schifati in vita per essere poi tanto onorati e celebrati da defunti.

Ma tornando alla nostra "massima"....

Anche il nostro Albertone nazionale, nel "tremendo" film "Quelle strane occasioni" del 76, ebbe modo di riprendere la suddetta frase, chiuso con la procace Sandrelli in un ascensore in un weekend festivo:

"Riempi il bicchier che è vuoto
vuota il bicchier che è pieno
non lo lasciar mai vuoto
non lo lasciar mai pieno"


https://www.youtube.com/watch?v=Mnb9FjLP_og
(andare al minuto 1:29:56 ......)


A mio avviso sia nelle intenzioni di Poe che, chiaramente in quelle di "Don" Albertone questo non è un inno all' alcolismo tout-court, ma una celebrazione di quella gioia di vivere che viene suggellata, appunto, da un bicchierino complice.

Personalmente non ho mai avuto simpatia per i grandi bevitori: bere tanto per bere, come mangiare tanto per riempirsi la pancia e fare sesso per mettere qualche x sull'agendina, sono, ovviamente, attività da poveracci che riempiono la vita come possono.
Ma bere per il piacere di bere, di degustare, di condividere qualche attimo di gaudio con qualcuno che si reputa amico è un altra cosa...

Spesso io mi son ritrovato in qualche locale a "passare" la serata (o la nottata) sbevucchiando qualcosa, possibilmente con una donna (le preferisco agli uomini anche per le semplici "chiacchere", mi scuserete...) ....e quelle bollicine....ti avvicinano all eternità.
Forse sta proprio li, con quell'emergere prepotente delle bollicine dal fondo del bicchiere e scomparire dissolvendosi in migliaia di esplosioni festose nell'aere sovrastante, il vero senso della vita...

Chiuderò così con una citazione, questa solamente attribuita al Poe, citazione che, dove eventualmente apocrifa, dovrebbe comunque fugare ogni dubbio alla questione e lasciar il passo....
al prossimo bicchiere!

SALUTE A TUTTI!
(Anche ai poveri detrattori....)

"Lines on Ale"

"Fill with mingled cream and amber,
I will drain that glass again.
Such hilarious visions clamber
Through the chamber of my brain! —
Quaintest thoughts — queerest fancies
Come to life and fade away;
What care I how time advances?
I am drinking ale today!"


Edgar Allan Poe (Believed to have been written at a tavern in Lowell, Massachusetts), 10 July 1848

"Riempito con ambra e crema mescolate
svuoterò ancora quel bicchiere.
Che visioni ilari si arrampicano
tra la camera del mio cervello!
- Pensieri eccentrici -
Le più strani fantasie
nascono e svaniscono;
Che mi importa del tempo che passa?
Sto bevendo birra oggi!"
Uno scrittore del calibro di Edgar Allan Poe che dall’adolescenza alla tomba,visse un’esistenza tormentata in un mondo indifferente riusciva anche a scrivere racconti umoristici, un uomo strano, allucinato, il quale, sapeva anche ridere, un sorriso beffardo. un po sadico e bizzarro.....
Alcuni suoi racconti meno noti , umoristici, tipo, "le duc de l'Omelette " , " Bon Bon, e altri che dovrei cercare

In poche parole disprezzava la società e si divertiva parecchio a riderci sopra.
Una sua "satira" o "versetti" OH, TEMPORA! OH, MORES!
Secondo me è da leggere tradotta, pare che una trascrizione fosse stata custodita dalla sorella di Poe, Rosalie
GRAZIA!
Se non le sai le cose...SALLE!

Intanto si scrive:
O TEMPORA, O MORES.
I latini DISCONOSCEVANO i punti esclamativi.
E non si usava la H per le esclamazioni!

Insomma...
ROSAE, ROSARUM ROSIS!!!!

:lol:
OH Cooper ! OH Colombo !, :lol:
Si , per Cicerone è senza H e senza punti esclamativi., ( O tempi O costumi )
quà parliamo di E.A.POE ( Oh tempi ! Oh Mosè ! )
io me la ricordava con la H, nel dubbio, ho Googlato in giro e ho trovato
ciò :
The very first issue of the No Name Magazine, published in Baltimore by Eugene L. Didier, prominently featured "Oh, Tempora! Oh, Mores!

L'ho trovata anche senza H e senza punti esclamativi,

O Cooper O Colombo , quae est ? gratias ago :mrgreen: