E' un argomento molto delicato e molto importante.
Tutta la mia empatia, di vero cuore....ho una sorella portatrice di handicap grave. Ho una mamma...ormai in declino. Di mia sorella hanno voluto occuparsi sempre e solo i miei genitori. Ora, diventati vecchi , con la mamma in declino, vuole arte tutto e sempre da solo il mio papà. Forte e tenace come un leone, duro, deciso e irremovibile come un tipico "pater familias"
Non è affatto facile rompere le abitudini, prendere solo in considerazione che il dolente "dopo di noi" arriva...eccome se arriva prima o poi!  
Quindi? Cosa si fa "dopo di noi"? Anche solo pensarci, organizzare, deciderlo finché se ne hanno le possibilità.
 Non bisognerebbe mai aspettare che invece, sia la vita a decidere per noi.

Un abbraccio grande  
«Quindi? Cosa si fa "dopo di noi"? Anche solo pensarci, organizzare, deciderlo finché se ne hanno le possibilità.»

Michela assolutamente d'accordo con te!
babbocorso ha scritto: La mia mamma cominciò la sua frequentazione con M. Alzheimer con la rimozione.
Aveva da rimuovere una intera vita passata a fianco di qualcuno che definire padre è offendere il senso del nome. Rimuovere le lacrime e le botte, rimuovere gli aborti, i tradimenti, le corse per cercare di far fronte a debiti e...e...e...e...
Il "gioco" iniziò con quelle motivazioni per trovare interesse e forza per continuare.
Progressivamente fu il "gioco", materializzatosi mostro vivente, a nutrirsi della "Weisse" (si chiamava Edelweiss).
Alla fine fu proprio come dice Guccini "i vecchi subiscon le ingiurie degli anni" che, con l'Alzheimer, prende una accelerazione sconosciuta fino ad oggi.
Nel mentre ci fu la solita sequenza materiale e psicologica di chi resta. Provai in tutti i modi; provai con la comprensione e facendo appello al legame affettivo e fallii. Provai con l'affiancamento di qualcuno che si trasferì a vivere li e fallii. Falli anche il portarla in una casa per anziani anche se in un primo tempo ci fu un miglioramento che mi lasciò stupito. Chiesi chiarimenti al medico che garantiva l'emergenza sanitaria -tutto ciò che non fosse stato risolvibile in pronto intervento passava immediatamente di competenza ospedaliera con intervento della croce rossa per il trasporto- ed il medico mi disse che era una reazione abbastanza comune. Argomentava che trovandosi tra suoi pari veniva a mancare il fatto dirompente e devastante del confronto con i "diversi". Ricordai le pentole lasciate accese sul fornello e lei che era uscita, le telefonate per chiedermi ci fosse e che volesse "quella" che dormiva in casa sua -..."ma si fa perfino la doccia!" mi disse un giorno-, la pettinatrice Gabry -lei, maestra elementare, che aveva fatto della retorica dell'immagine una filosofia di vita per cui prima di andare in centro passava a farsi dare una pettinata "per essere in ordine"- che mi telefona chiedendomi di raggiungerla in negozio perché "c'era un problema", la raggiungo e trovo mia madre, seduta nel salottino dell'entrata, in lacrime. Era uscita, vestita di tailleur camicetta, scarpe in tinta e...senza la gonna, solo la sottoveste. La Gabry mi disse che si accorse della cosa perché senti le risate degli avventori del bar proprio di fianco. Avventori, alcune dei quali ancora ricordano la mia reazione, che la deridevano per quella assurda condizione. Ricordai la Franca, edicolante in piazza Duomo, che mi chiese "come sta tua mamma?" e al mio "bene; perché?" mi spiegò che alcuni giorni prima mia madre la avvicinò -va detto che era l'edicola dove acquistava regolarmente il giornale- dicendole "signora, mi scusi, mi pare di conoscerla, lei...Lei sa mica perchè io sono qui?". Nell'imbarazzo del raccontarmi questo evento mi disse di averle risposto che, appunto, lei prendeva sempre il giornale e poi faceva due passi sotto i portici, un caffè da Vercesi, la spesa e tornava a casa.
Queste cose, mi tornarono in mente quando il medico mi giustificò il miglioramento di quelli che entravano nell'ambiente. Una uniformità che escludeva la mortificazione di accorgersi di cosa le stava succedendo. Perché questa fottuta malattia, che va solo in una direzione, si prende il suo tempo per distruggere le persone -non dico distruggere a caso- e in questo più o meno lungo lasso di tempo le persone vivono una follia allo stato puro condita di momenti di assenza e momenti di lucidità e, in quest'ultimi, lo strazio di ricordarsi cosa è successo prima, è devastante. Prima negano, disperatamente negano; negano come ultima ancora prima della deriva assoluta. Poi, quando nemmeno a loro serve più negare, arriva l'esasperazione, l'umiliazione, l'impotenza. Arriva "ma cosa mi sta succedendo?" con le lacrime agli occhi e la voce spaventata dall'ignoto che si è fatto mostro visibile e vissuto. E tu sei lì; quella di fronte, sempre meno riconoscibile, è tua madre e tu sei lì impotente, arrabbiato, e poi diventano aggressivi e ti tocca fargli male per fermarli dal farsi ancora più male e poi tutto scompare e ti resta la perfetta consapevolezza di un corpo mediamente sano con un cervello come una stanza vuota dove sbatte una porta e ne senti l'eco. Ricordo una frase che nella sua assurdità, forse, da la misura di cosa accade loro e di cosa ti trovi di fronte tu, che al contrario hai un intero museo di immagini, situazioni, momenti di vita assieme. Questa fu una delle ultime cose che la mia dolce madre mi disse, con occhi sempre più vuoti di qualsiasi scintilla di vita.

"Mi sembra di conoscerti ma non ricordo bene se sei il mio primo o secondo marito"


Molto toccante e sentita questa storia...mi viene da aggiungere un'altra frase :"Ma tu, sei figlia a me? Ma non eri mia sorella? Ma dimmi, scusa, quell'uomo che vuole dormire insieme a me, chi è?Io non lo conosco" La domanda è di mia madre...... :cry:
Estremamente doloroso il messaggio ma parlo della mia esperienza, soprattutto adesso che i miei sono andati via dia alcuni anni. Mia madre aveva dei problemi gravi di tipo respiratorio ma era lucidissima, l'abbiamo tenuta nella sua casa e noi figlie ci siamo tassate per pagare due persone: una che a casa si occupava dell'andamento domestico al mattino ed un'altra, da noi conosciuta da diversi anni, che restava la notte con lei.
     Durante la giornata ci si alternava con i fratelli, le cognate, mia madre è morta serena a casa propria, nello stesso letto condiviso con mio padre che aveva amato tantissimo.
                Linda 
Certo la nostra scelta è stata ottimale nella situazione in cui ci siamo trovati. Il messaggio che volevo darti è quello di avere la consapevolezza che sia stato fatto il meglio per vostro padre ed anche per voi. Chiedetevelo quale sia il meglio, ciò che non provocherà rimpianti né rimorsi...
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