G. De Chirico: dalla Grecia a Monaco, per arrivare “nel centro del centro del mondo”

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    Dicono che Roma sia il centro del mondo e che piazza di Spagna sia il centro di Roma, io e mia moglie, quindi si abiterebbe nel centro del centro del mondo, quello che sarebbe il colmo in fatto di centrabilità e il colmo in fatto di antieccentricità”. Detto da De Chirico, che di eccentricità pittoriche e architettoniche se ne intendeva, c’è da crederci.

     

    Roma

    Certo, la rutilante, affollata, turistica piazza di Spagna che assedia il portone della casa-museo della Fondazione De Chirico (http://www.fondazionedechirico.org/casa-museo/)  dove il Maestro abitò e lavorò negli ultimi trenta anni della sua vita, non somiglia a nessuna delle algide geometrie delle “piazze d’Italia”, spesso percorse dalle lunghe ombre del tramonto che egli dipinse in molte varianti, tanto da farne diventare la cifra stilistica più riconoscibile e autentica della sua produzione artistica.

     

    Non troviamo le simmetrie dei porticati dechirichiani, non ci sono monumenti né statue nella piazza di Spagna che conosciamo: del tutto irregolare nella sua geometria, risultato di secoli di costruzioni, rifacimenti e innalzamenti; assolata nei colori pastello delle sue case, mentre il biancore della scalinata marmorea ne apre verso l’alto il lato nord e costringe lo sguardo a salire fino alla chiesa francese della Trinità dei Monti, che diventa così il vero fulcro della piazza.

    Forse solo l’azzardo della fontana della Barcaccia, opera di Pietro e Gian Lorenzo Bernini, può suggerire qualcuna delle oniriche fontane che appaiono a volte nelle piazze deserte e silenziose dipinte da De Chirico.

     

    L’appartamento

     

    La casa di De Chirico si trova sulla sinistra di chi scende la famosa scalinata, al numero 31 di Piazza di Spagna, nel seicentesco palazzetto dei Borgognoni.

    Dall’androne piuttosto stretto e buio si sale, ora con un comodo ascensore fino al 4°piano dove, ciò che a primo impatto colpisce dell’appartamento è soprattutto lo stile assolutamente “borghese” dell’arredamento. Bei mobili, bei tappeti, bei soprammobili, quadri e anche qualche arazzo alle pareti.

    Può sorprendere che l’ideatore (con Carlo Carrà) della pittura “metafisica”, fitta di schemi geometrici e di oggetti decontestualizzati che dovevano rappresentare il “significato profondo delle cose” (pensiamo alle “squadre” o ai “manichini”), colui che seppe mescolare linguaggi e culture contradditorie in una classicità ambigua e astratta (ricordiamo gli “archeologi” o “le muse inquietanti”), si rifugiasse poi nel tepore di una bella casa borghese.

     

    Monaco di Baviera

     

    Apparentemente nulla, nella produzione artistica di De Chirico, ricorda la Monaco dove studiò all’accademia di Franz von Stuck, dove restò affascinato dalla filosofia di Schopenhauer, né la Monaco dell’entusiasmo per Nietzsche e per Weininger, o delle lunghe ore trascorse nei musei studiando gli antichi pittori e l’opera di Arnold Böcklin.

    Eppure il visitatore che proviene da Monaco di Baviera - dove De Chirico visse tra i diciotto e i venti anni, nel periodo centrale della sua formazione artistica, culturale e umana - è indotto a cercare nelle sue opere cenni, richiami, o anche soltanto ipotesi di memorie, di quel periodo e di quella città.

     

    In talune delle “piazze d’Italia”, con le loro sfilate di portici, con gli spigoli taglienti dei palazzi, con le lontananze interrotte da una torre, dallo schema di un tempio che potrebbe essere greco, oppure da un nero treno a vapore, o anche solo da un muretto che distende la sua ombra indolente, forse non ci sono solo i colori mediterranei e le emozioni delle innumerevoli piazze delle città italiane.

    Forse - come argomentava Philippe Daverio in un interessante studio per il programma “Passepartout” di RAI3 - quei colori e quelle emozioni parlano anche, e con nostalgia, di qualcuna delle belle piazze della Monaco di inizio novecento.

    Una città che durante il regno di Ludwig I ebbe rapporti politici e culturali molto stretti con la Grecia e che si arricchì sia di pezzi autentici della classicità greca, sia di ricostruzioni più o meno ideali, ambientate in spazi del tutto nuovi. Ad esempio l’area della Königsplatz dove furono costruiti la Glyptothek in stile ionico, l’Antikensammlungen in stile corinzio e la porta di accesso alla città in stile dorico, crea un insieme che nel grande progetto urbanistico del re Ludwig I avrebbe dovuto trasformare Monaco in una “Atene sull’Isar”.

    Il rapporto di De Chirico con la Grecia classica vista e vissuta nella sua fanciullezza, pur evolvendosi nel corso del tempo, non si è mai interrotto, e Monaco costituì certamente un punto nodale restando nella memoria e nel cuore del Maestro, come un tramite sentimentale e culturale con il Paese della sua infanzia.

     

     

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    Foto: (c) fabiomax/fotolia.com

     



    EMILIA31, 28.09.2017


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